Originale e suggestivo monolocale per due persone con angolo cottura. Dispone di un armadio e di bagno privato interno.
Bologna è famosa per essere una città godereccia, di buona cucina, buon vino e belle donne.
Sarà per questo che, nei secoli, è stata meta di tanti artisti e letterati che venivano qui a cercare... l'ispirazione!
E di ispirazione, a quanto pare, ne trovavano parecchia.
Uno che a Bologna ci è stato a lungo, e anche volentieri, è stato Giacomo Leopardi.
Abitava in via Santo Stefano, ma lo si trovava spessissimo nel salotto della contessa Teresa Carniani Malvezzi, in via Zamboni 13.
La Teresa era una donna colta, raffinata, scriveva poesie, traduceva i classici e riceveva il meglio della cultura dell'epoca.
Nel suo salotto c'era sempre del fitto: politici, professori universitari, scrittori, Vincenzo Monti, Carlo Pepoli...
Insomma, uno dei salotti letterari più frequentati di Bologna.
Leopardi ne rimase affascinato.
Parlava di un'amicizia tenerissima, quasi «un amore senza inquietudine».
Che, detto da Giacomo, il quale non era proprio un latin lover, è già una bella dichiarazione!
Pensate che scrisse al fratello che Teresa gli aveva risuscitato il cuore dopo anni in cui lo credeva praticamente morto.
Mica poco!
Peccato che, dopo un periodo di grande intimità, la contessa cominciasse a mostrarsi più fredda.
E Giacomo, che diceva di volere un amore senza inquietudine, di inquietudine ne ebbe eccome!
Un'altra Teresa, ma questa volta con Byron
Forse il nome Teresa portava particolarmente bene ai letterati.
Perché c'era anche la «dear Teresa» di Lord Byron: Teresa Guiccioli.
Una giovane nobildonna ravennate, sposata con il conte Alessandro Guiccioli, molto più anziano di lei.
Byron la conobbe a Venezia nel 1819 e se ne innamorò perdutamente.
Naturalmente, il fatto che fosse sposata non sembrò costituire un ostacolo insormontabile.
Del resto parliamo di Byron!
E sapete come arrivò a Bologna per raggiungere la sua amata?
Con una carrozza bianca costruita appositamente a Londra, attrezzata con letto e provviste, seguita dalla servitù e dai suoi numerosi animali.
Praticamente un camper di lusso dell'Ottocento!
Si fermò all'albergo del Pellegrino, nell'attuale via Ugo Bassi, e nell'attesa di ripartire per Ravenna trovò anche il tempo di visitare la Certosa.
Ma la parte più divertente viene dopo.
Quando Teresa e il marito si trasferirono temporaneamente a Bologna, Byron li seguì.
A un certo punto il conte Guiccioli dovette tornare a Ravenna e affidò proprio a Byron il compito di riaccompagnargli la moglie.
Avete capito bene?
Il marito affidò la moglie all'amante!
E infatti i due, anziché andare a Ravenna, se ne andarono insieme verso Venezia.
Non proprio un accompagnatore affidabile.
Cornelia, la donna che faceva perdere la testa agli artisti
Ma torniamo nel centro di Bologna, dalle parti di piazza Aldrovandi, che un tempo veniva descritta come una piazzetta dal sapore parigino.
Qui, in via San Vitale, sorgeva Palazzo Martinetti, uno dei luoghi più mondani della città.
Il proprietario era Giovanni Battista Martinetti, ingegnere e architetto che contribuì anche alla sistemazione dei giardini della Montagnola.
Ma la vera attrazione del palazzo era sua moglie, Cornelia Rossi Martinetti.
Bellissima, colta, intelligente, spiritosa.
E soprattutto perfettamente consapevole del proprio fascino.
Il marito, forse, un po' se l'era cercata.
Perché in casa Martinetti si organizzavano ricevimenti ai quali partecipavano alcuni dei personaggi più illustri dell'epoca: Vincenzo Monti, Lord Byron, Stendhal, Chateaubriand, Antonio Canova, Ugo Foscolo...
Insomma, con tutti quegli artisti in casa e una moglie così affascinante, qualche problema bisognava pur metterlo in conto!
Ugo Foscolo fu uno di quelli che perse la testa.
Le scrisse lettere appassionate e tentò di conquistarla, ma Cornelia lo respinse, sia pure garbatamente.
Lui, che non era certo uno abituato a tenersi dentro i sentimenti, la trasformò in Polinnia, una delle figure delle sue Grazie.
E le dedicò versi che chiedevano, più o meno, un bacio... e poi un altro.
Ma niente da fare.
Cornelia non si lasciò convincere.
Anche il letterato Paolo Costa era tra i suoi ammiratori e, sconsolato, scrisse di lei:
«Fuorché un po' di pietà, nulla le manca».
E poi arrivò Antonio Canova.
Il grande scultore rimase affascinato da Cornelia, che veniva chiamata anche Venere bruna.
Si racconta che Canova avesse cominciato a modellarne un ritratto in creta, ma che a un certo punto, per ragioni mai chiarite del tutto, lo avesse fatto a pezzi.
C'è chi parla di insoddisfazione artistica e chi ci vede qualche complicazione sentimentale.
Mah!
Fatto sta che Cornelia continuava a far girare la testa a mezzo mondo culturale.
E pensate che nel giardino del palazzo c'era persino una grotta artificiale, ricavata dall'antica cripta della chiesa dei Santi Vitale e Agricola.
Un luogo appartato, suggestivo, perfetto per conversazioni riservate.
E forse anche per qualcosa di più.
Ma noi non eravamo lì, quindi non possiamo saperlo!
Carducci: il poeta, la Lidia e la regina
E vogliamo dimenticarci di Giosuè Carducci?
Arrivò a Bologna nel 1860 per insegnare all'Università e finì per trascorrervi gran parte della vita.
Un professore severo, un poeta impegnato, un uomo dal carattere tutt'altro che facile.
Ma anche lui, quando si trattava di donne, aveva le sue belle debolezze.
Si innamorò di Carolina Cristofori Piva, donna sposata, colta e sensibile, che nei suoi versi chiamò prima Lina e poi Lidia.
La loro fu una relazione lunga e intensa, fatta di incontri, lettere e poesie.
E fin qui, direte voi, niente di nuovo: un poeta innamorato di una donna sposata.
Ma Carducci riuscì a sorprendere anche i suoi amici politici.
Lui, repubblicano convinto, nel 1878 conobbe la regina Margherita di Savoia, arrivata in visita a Bologna con il marito Umberto I.
E ne rimase talmente affascinato da dedicarle parole di grande ammirazione.
Apriti cielo!
I suoi compagni repubblicani non la presero benissimo.
Perché va bene la poesia, va bene la bellezza femminile, ma innamorarsi dell'immagine della regina quando si è repubblicani...
Insomma, Giosuè, deciditi!
Lui cercò di spiegare che si trattava di ammirazione per la bellezza e per quello che chiamò l'«eterno femminino regale».
Sarà.
Ma intanto le polemiche erano scoppiate!
Una città che ispirava parecchio
Insomma, tra contesse affascinanti, poeti innamorati, mariti distratti, scultori gelosi e regine capaci di far vacillare persino le convinzioni politiche, a Bologna non ci si annoiava proprio.
E pensare che tutti questi personaggi venivano qui per parlare di arte, cultura e letteratura!
Sì, sì... anche di quello.
Ed è a questa Bologna di poeti, salotti e amori più o meno corrisposti che abbiamo dedicato la nostra camera Poeti.