Armoniosa e confortevole camera doppia. Dispone di un armadio e di bagno privato interno.
Bologna è stata per centinaia di anni una piccola Venezia.
Aveva un torrente naturale, l'Aposa, e una fitta rete di canali artificiali che attraversavano la città.
Ma non immaginatevi soltanto romantici ponticelli e barchette che scivolavano sull'acqua. No, perché a Bologna quell'acqua lavorava, e lavorava parecchio!
Prendete via delle Moline. Secondo voi perché si chiama così?
Perché lì c'erano i mulini, naturalmente! Una quindicina, alimentati dal Canale delle Moline, che sfruttavano i salti d'acqua creati dalle chiuse.
C'erano mulini per il grano, ma soprattutto opifici per la lavorazione della seta, che tra il Medioevo e il Settecento fece la fortuna di Bologna.
Era una zona piena di gente che lavorava, andava, veniva, trasportava merci. Insomma, un gran movimento.
Ma i mulini bolognesi non immaginateli come quelli del Mulino Bianco!
Erano edifici anche di quattro piani, con una parte abitata e una destinata alla lavorazione.
E lì si lavorava, eccome se si lavorava!
Anche quattordici ore al giorno, quando andava bene. Non è che si passava di lì per fare due chiacchiere.
In certi ambienti si lavorava quasi al buio, perché si credeva che la luce potesse rovinare la seta.
Insomma, si vedeva qualche ombra, poi si diventava un po' talponi e ci si faceva l'occhio.
E c'erano anche tanti bambini, di nove o dieci anni.
Perché?
Perché bisognava lavorare fili sottilissimi, quasi impalpabili, e le loro manine piccole riuscivano a fare operazioni che per quelle degli adulti erano molto più difficili.
Oggi ci vengono i brividi a pensarci, ma allora funzionava così.
E adesso arriviamo alla parte più interessante.
Una giostra grande come una casa
La seta arrivava in matasse e bisognava preparare i rocchetti da sistemare sui torcitoi.
Prima era un lavoro che facevano soprattutto le donne, spesso nelle proprie case.
Ma ci voleva un secolo!
Così i bolognesi pensarono bene di inventarsi un sistema per fare più in fretta: l'incannatoio meccanico, azionato dalla forza dell'acqua.
E qui bisogna parlare del famoso filatoio rotondo alla bolognese.
Perché il filatoio rotondo, a dire il vero, l'avevano inventato quelli di Lucca.
Ma loro lo facevano girare con la forza delle braccia.
I bolognesi invece dissero, più o meno: ma perché dobbiamo fare tutta questa fatica, con tutta l'acqua che abbiamo?
E lo fecero girare con i mulini!
Nella parte bassa dell'edificio c'era una grande ruota mossa dall'acqua che entrava attraverso una chiavica.
La ruota girava lentamente, ma faceva muovere un enorme albero verticale di legno che saliva attraverso i piani dell'edificio e azionava tutti i meccanismi.
Filatoi, fusi, incannatoi... tutto si muoveva grazie all'acqua.
Provate a immaginare una giostra grande come una casa di quattro piani!
E tutto questo secoli prima della Rivoluzione industriale.
Mica male, eh?
Tra verità e leggenda: guai a copiare i bolognesi!
Naturalmente, una macchina del genere faceva gola a parecchi.
Ma i bolognesi erano gelosissimi dei loro segreti.
E qui si raccontano certe storie, tra verità e leggenda, che sono una meraviglia.
Pare che, verso la metà del Cinquecento, un certo Ugolino Rangoni fosse riuscito a capire come funzionava il marchingegno e avesse pensato bene di andare a vendere il progetto ai modenesi.
Ai modenesi!
Che, diciamocelo, Bologna e Modena non è che siano sempre andate d'amore e d'accordo.
Figuratevi cosa dev'essere successo quando si è saputo!
Si racconta che per poco non facessero la guerra.
Ma sentite questa.
Qualche anno prima, sempre secondo i racconti tramandati, un setaiolo e un falegname avrebbero cercato di copiare il prezioso meccanismo.
Sapete come sarebbero stati puniti?
Appesi per un piede fuori dal Palazzo del Podestà!
Per un piede, avete capito bene!
Ora, non sappiamo quanto ci sia di vero in questi episodi, ma rendono bene l'idea di quanto fosse importante difendere quei segreti.
Altro che brevetti e password!
La seta che faceva ricca Bologna
Dovete considerare che Bologna, a quei tempi, stava in piedi grazie alla seta.
Una parte enorme della popolazione lavorava in quel settore: chi allevava i bachi, chi preparava i fili, chi li torceva, chi tesseva e chi commerciava.
C'era l'Opera Tinta, che lavorava anche seta forestiera e produceva organzini, drappi, broccati, rasi, damaschi, velluti...
Una bellezza!
E poi c'era l'Opera Bianca, con la seta locale e il famosissimo velo alla bolognese.
Un tessuto così leggero e sottile che sembrava quasi non esserci.
Pensate che per certe lavorazioni si torcevano insieme fili di seta sottilissimi, poco più di capelli.
E da quei fili venivano fuori tessuti meravigliosi, richiesti anche fuori dall'Italia.
Peccato che dietro tanta bellezza ci fossero giornate interminabili, ambienti bui e mani di donne e bambini che lavoravano senza sosta.
Poi, col passare dei secoli, quell'industria entrò in crisi, i filatoi scomparvero e molti canali vennero coperti.
Oggi Bologna sembra una città di pietra, mattoni e portici.
Ma sotto le sue strade continua a scorrere una parte di quell'acqua che un tempo faceva girare ruote, macchine e fortune.
E quando vi affacciate sulla famosa finestrella di via Piella, oppure passeggiate in via delle Moline, provate a immaginare il rumore delle ruote, l'acqua che scorre e tutti quei fili di seta che girano.
Altro che piccola Venezia! Bologna era una grande fabbrica nascosta tra i portici.
Ed è a questa Bologna, fatta di acqua, ingegno e seta, che abbiamo dedicato la nostra camera Canali.